Soggettivamente, la depressione è più intollerabile dello stato maniacale.
Esistono persone costrette ad evitare di pensare a loro stesse ed ai propri sentimenti tenendosi occupate. Quando rivolgono l’attenzione all’interno si sentono intensamente isolate, non amate, minacciate. Sono persone che nascondono il proprio vuoto. Una volta affidati al trattamento questi estroversi rivelano rapidamente il loro bisogno di dipendenza. Alla luce del modello di relazione con l’oggetto del depresso l’inizio di una depressione sembra abbastanza comprensibile: il diventare ammalato, afflitto, impotente è un esagerazione del tipo d’appello che il maniaco-depressivo fa alle figure importanti della propria vita (negli intervalli “sani”). Se questo modello ottiene un rifiuto, la persona può cadere nel circolo vizioso della lamentela che non produce risultati e in cui ciascun ciclo rappresenta una discesa lungo una spirale. Quando i sentimenti di depressione e vuoto sono acuti, tre sono le vie: rimanere depresso, suicidarsi, regredire, in certi casi fino ad uno stato schizofrenico. Nel primo caso è manifesto un comportamento di dipendenza cronico, fantastico, e (in caso di ricovero) la persona continua a rivolgere le proprie lamentele ai parenti ed a chi sta intorno all’ospedale. Tale appello può essere muto o estrinsecato (anche) con disperazione, insonnia, inappetenza. Stessa cosa nell’eventualità di una terapia: la persona depressa non confida nell’aiuto di un professionista ma elemosina aiuto evidenziando le proprie sfortune, oltre al proprio malessere. Il principale problema con chi è depresso è stabilire un rapporto efficace. È molto importante superare il sistema di difesa fondato su disturbi stereotipati ed autoaccuse per raggiungere una più significativa consapevolezza di sé. Ancora più importante è considerare che nella situazione in cui una persona depressa abbia rinunciato al proprio abituale modello depressivo d’integrazione e non ne abbia ancora sviluppato uno sostitutivo soddisfacente, è possibile che tenti di suicidarsi. Quindi: occorre rispettare il sintomo (la manifestazione); un terapeuta può togliere un modello patologico solo quando il paziente ne abbia sviluppato uno sostitutivo che sia soddisfacente. Suicidio: può essere considerato l’ultimo tentativo di relazione (anche se altamente irrazionale). Questo uso “magico” della morte per realizzare i propri fini di dipendenza è possibile che si accompagni alla fantasia di riottenere il “rapporto originario” morendo e nascendo di nuovo. Se gli aspetti difensivi della depressione perdono questo loro valore, può verificarsi un collasso nella struttura della personalità, con una conseguente reintegrazione sulla base di un modo di vita schizofrenico anziché depressivo.
Esistono diversi punti fondamentali sui problemi della coscienza e della colpa nel maniaco depressivo:
1) con quali influenze si spiegano gli standard severi ed ipermorali dei maniaco depressivi?
2) Qual è la funzione dinamica degli atti e degli atteggiamenti autopunitivi assunti durante i periodi della malattia? Gli standard severi non è detto che derivino dai genitori, che spesso in questi casi sono stati piuttosto permissivi; è semplicistico dire che il bambino non si è riuscito a creare un codice di condotta ragionevole. Forse tanta severità, nel depresso, è basata sulla lotta per quelle qualità di forza e virtù considerate assenti nei genitori. In questi rapporti con l’autorità si potrebbe cogliere un rituale per placare il tiranno impersonale. La colpa espressa dal depresso non porta ad un sentimento genuino di rammarico. Egli ritiene che basti soffrire sentimenti di colpa per guadagnare l’approvazione; inoltre a volte chi è depresso non spera più in un rapporto sicuro con l’autorità e non fa nessuno sforzo per cambiare i rapporti o per integrarli ad un livello migliore di comportamento… quindi “magia di piangere le proprie colpe per placare l'autorità”.
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